Tenere un diario è un ottimo sistema per non dimenticare, tenere sgombera e allo stesso tempo allenata la mente. Mi riprometto almeno una volta a settimana di riaprire il diario, un bel quaderno con rilegatura a colla comprato nel bookshop del museo dell'opera di Helmut Newton, a Berlino. Poi però sopravviene un senso di insicurezza. E se qualcuno leggerà quelle mie riflessioni più o meno leggere, sbadate, spietate? Lo stesso senso, anche se smussato, che mi assale tutte le volte che penso "sarebbe il caso di rinfescare un po' il blog, è un mortorio". Con la differenza che qui, potenzialmente, scrivo al mondo, anche se il mondo se ne infischia. Insomma, non mi va di essere ricattabile.
Il costo però inizia a pesare. La memoria è uno scolapasta, ferma quello c'è da fermare e fa passare il superfluo (hhmmm, l'ho letto in qualche libro o questa è farina del mio sacco?). Quante immagini da usare come esercizio di scrittura potrei strapazzare e sto perdendo? Fatto sta che sono passati quasi 3 mesi, troppi!, da quando ho fatto la mia prima intervista "seria" e senza il conforto del registratore (traditore! chissà perché ha registrato a casaccio due tracce sul minidisc). Spero di ricordare quanto basta per riempire 10.000 battute in maniera organica.
La vena grafomane vi è stata gentilmente offerta da...
Ma nemmeno malinconia, autobiografia di Ettore Mo, che se va tutto bene dovrei riuscire a incontrare. Mammamia, avere il suo numero e fissare un incontro è come per una groopie riuscire a entrare nel camerino del suo idolo. I ferri del mestiere non si passano mica così, alla prima praticante che umilmente chiede di attingere alla tua fonte, ma porca miseria, pagherei per fare da assistente a lui. E comunque, non facciamo lo stesso mestiere, anche se lui per questo mi ha detto, per telefono, di dargli del tu, perché il suo non è un mestiere da donne. Da tempi non sospetti, periodicamente (diciamo seguendo le fasi lunari) impreco chiedendomi perché sono nata femmina.
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